lunedì 27 febbraio 2012

vorrei



e son quaranta. Non è che io e miei compleanni siamo molto amici. Non mi viene da festeggiare perchè sotto sotto l'idea di avere ogni anno un anno di più mi fa incazzare e, puntualmente, ogni anno arrivo impreparata. Che mi manca? Cosa vorrei? Che ne so, mi manca il tempo per me divisa tra un giorno e l'altro tutti uguali, con i figli che ti fagocitano ogni giorno di più e la nidiata è nidiata e mica puoi dire "oggi sono stanca" men che mai "oggi non vi sopporto". Non puoi dire a chi ti sta accanto, "ma come ore e ore di discussioni e il giorno del mio compleanno stai ancora al lavoro e fuori è buio e se devo festeggiare lo devo fare io o gli altri ma di certo non tu" che lo sai anche che l'unico vero regalo che avrei voluto è che avessi tempo per me, almeno oggi pomeriggio. Che almeno oggi mi facessi questa sorpresa senza se e senza ma, almeno per una volta. Vorrei stare da sola, che il mal di schiena almeno per questa notte si scordasse l'indirizzo e non venisse a svegliarmi alle 3 di notte cosa che fa con precisione svizzera da 8 anni. Vorrei che questo non tempo diventasse tempo, tempo vissuto e non tempo che mi scorre addosso tra una richiesta e l'altra, un dovere e un altro. Vorrei che non fosse lunedì e cazzo il parrucchiere è chiuso. Vorrei essere strafiga, saper portare il tacco 12 senza sembrare una papera goffa e truccarmi tutti i giorni. Vorrei che mia sorella fosse qui e che mio papà e Virginia anche che forse mi distrarrei un pò da tutti questi vorrei. Vorrei che la colazione all'Osvy con le amiche e il ciambellone durassero per sempre ammesso che ci sia un per sempre. Vorrei che nessuno mi dicesse che se non cucino più come prima è perchè ad una certa età certi entusiasmi si spengono, senza accorgersi che se non cucino più è perchè ogni tanto ci si spegne dentro. Vorrei una torta come quella di Livia e anche una torta con la Barbie dentro e la gonna di panna rosa. Vorrei ridere di più e pensare di meno che i loop mentali fanno male e poi ti viene la colite. Domani non ci penso più, giuro. torta flickr

giovedì 9 febbraio 2012

tant'è tanto

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No, non è tanto è troppo.
Troppa gente sotto la neve, troppa gente in mezzo al traffico impazzito (anche se stavolta non sono stati quattro fiocchi), tanta la disorganizzazione e tante le polemiche tutte insopportabili, comunque.
Io dal canto mio, con la famiglia numerosa che mi trovo, ho deciso che era il momento di rintanarsi e da brava mamma previdente m'ero fatta la spesa latte compreso fino a martedì, tiè.

Morale, l'occasione fa l'uomo ladro e io sono ladra dentro.
A tavola a pranzo eravamo 18, bambini compresi, un pò meno l'indomani.
Insomma bloccati si, ma soli no.

Domenica ci siamo regalati una passeggiata sotto casa.


neve

Sembra che la neve torni a trovarci, non è che ne sia particolarmente contenta ma alla fine ci si adegua e consola come si può.
E se la spesa è già fatta, la legna è stata aggiunta nella legnaia e gli amici avvisati che fare?

CHURROS

Veniamo al titolo del post. Il fatto è che si tratta di un impasto fatto da farina 00 e la stessa quantità d'acqua bollente leggermente salata.
Tanta farina per tanta acqua.
Stando alla regola potete decidere la quantità che volete.

Il processo è semplicissimo, basta far bollire l'acqua con il sale, spegnere il fornello e scaraventare dentro la pentola tutta la farina in una botta secca.

Difficile? No.

Dopodiche mescolare non badando ai grumi più di tanto e mettere il composto nella churrera, ovvero caccavella da avere assolutamente se andate in Spagna (insieme al ferro da arroventare per la catalana). Friggere in olio profondo e spolverare calde calde di zucchero. Per intenderci la churrera è quel cilindro che tiene la mia bambina nel logo delle caccavelliadi.
La ricetta l'ho trovata nella scatola, nel foglietto illustrativo, a darmi conforto e sostegno è la Cuoca Itagnola una persona scoperta da poco e che gia mi piace.

Vi lascio con una foto di Siviglia a propiziare l'arrivo del bel tempo.

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giovedì 2 febbraio 2012

quattro case e un forno

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La Sicilia si associa spesso all'estate, al sole, al mare. Ma è d'inverno che esprime il suo lato più ancestrale trasformandosi da arida e stopposa in verde e selvaggia. Un pomeriggio natalizio, strappato alle cure ingrassanti nonnesche, alla grotta di Scurati, comune di Custonaci.
Una profonda fenditura nella montagna, all'interno della quale è nato un piccolo borgo quattro case e un forno e una rappresentazione del presepe vivente che è in realtà una rievocazione degli antichi mestieri contadini. Questo post è dedicato ad un'amica speciale


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I panari, i cesti intrecciati che servivano e servono tutt'ora nei lavori in campagna.


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il frantoio

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La spremitura dei favi di miele

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Carte da 100 euro a gogo per una pentola di rame martellato


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il carretto e la coffa.
La coffa è quella cesta di paglia intrecciata che serviva un pò per tutto, spesso conteneva la crusca per il cavallo e s'attaccava al muso dell'animale durante le soste.
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Le travi delle case servivano ad appendere le provviste per l'inverno, meloni porceddi (quelli dalla buccia verde spessa), fichi secchi, aglio, pomodori a pennula, baccalà, pesce essiccato
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il sellaio che più che selle cuciva basti per asini e muli



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Di solito i finimenti degli animali da attaccare ai carretti in Sicioia, venivano decorati con decori colorati.
Pon pon, specchietti, frinze di lana spesso gialle rosse e blu.
Questi sellai Pinterest non lo vedono nemmanco con il binocolo.
Il mio bisnonno inoltre era un sellaio ben stimato.


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E se il bisnonno era sellaio, il nonno in marineria è altro motivo di vanto.
Queste sarde salate lui le faceva sempre.
La nassa per le aragoste ce l'avevamo a casa e il pesce secco appeso a pannocchia era la mia delizia che da bambina rubacchiavo le uova, mentre il nonno l'arrostiva e lo metteva nell'insalata di pomodori.


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Non ricordo mica di che tipo di pesce si tratta.
Sicuramente è una sorta di pesce azzurro che veniva essiccato in estate per essere consumato in inverno.
Il ricordo si ferma ai miei primi 8 anni di vita.


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Tutte le case del borghetto hanno le porte spalancate sulla strada e all'interno sono allestiti queste scene di vita quotidiana.
Lavori femminili...


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Le scarpe le faceva lo scarparo del paese e anche nell'arte scarpariera vanto un bisnonno :)

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I barbieri e le parrucchiere sanno i cacchi di tutti, ora come allora.

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Quando sarò vecchia avrò questa faccia.


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L'agave è una specie di maiale vegetale, ci si facevano gli aghi per i materassi, lo sciroppo e dalle foglie si ricavava una fibra che cardata e cardata diventava filo per le funi e le cime delle barche

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Tempi duri quelli, tempi di fame nera, roba da non esserne nostalgici neanche lontanamente.
Ma anche in queste condizioni al paese ogni tanto passava il puparo e i bambini si perdevano tra le storie di Orlando che voleva "rompere le corna" al cugino Ruggero che gli insidia la bella Angelica a sua volta preda del feroce Saladino.
Finisce sempre nello stesso modo, Orlando ammazza il Saladino, Ruggero e Orlando se le suonano per amore e Angelica che pare cretina ma tutt'altro se ne scappa tra le risate generali.

Sapete che non pubblico le foto delle mie figlie ma avreste dovuto vederle incantate dall'opera dei pupi.

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Giù giù, in fondo alla grotta ci aspetta la sacra famiglia tra lo stupore e la delusione perchè il pupo in grembo a maria non è in carne e ossa e aivoglia a spiegare che sarebbe morto assiderato lui e tutto il bue e l'asinello

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spaghetti cu u torchio, dimostrazione in caccavellis che il nord ed il sud d'Italia sono esattamente la stessa cosa

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Livia non si capacitava del atto che quello strano suono provenisse da una pelle di pecora mentre lo zampognaro dava fiato con impegno ancora maggiore.

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Marta conclude la gita ..Evviva, finalmente è finita e giù di corsa al galoppo fino alla bancarella delle sfince appena fritte, le nostre frittelle di pasta lievitata rotolate nello zucchero e cannella ma questa è un'altra storia


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lunedì 2 gennaio 2012

prima l'edit e poi il mantecato e la tumminia

mantecato e tumminia

Edit al penultimo post.
Ho visto che sul sito di annies eats c'è praticamente tutta la grammatura. comunque ve la riscrivo così come vi scrivo il procedimento tenendo presente che gli americani, dotati di grande senso pratico, usano per qualsiasi misurazione la cup buttando praticamente al secchio la bilancia.
Questo tipo di espediente ha due vantaggi: il primo è che così ovunque voi siate, anche sulla prua di una barca potete misurare quello che vi pare senza essere schiavi della bilancia, il secondo che per una come me che va a occhio sempre e fa dei casini immani, è di un comodo ma di un comodo.
Inoltre anche io come Marzia uso i comodi dosatori Ikea e la tabella di conversione che lei ha pubblicato in un vecchio post, eccola qui è preziozizzimaaaa

Ah, ovviamente per i maniaci della grammatura...(tipo mia mamma) voglio vedervi a pesare 313 grammi di un qualcosa.

Anyway per circa 20 mini-pie

313 gr di farina per tutte le preparazioni (per me bestemmia vera perchè ogni preparazione ha la propria farina specifica, in questo caso ho usato la 0)
25 gr di zucchero semolato
113 gr di burro freddo tagliato a pezzetti
un cucchiaino raso di sale
120 ml di acqua ghiacciata

Mescolare con un coltello o con una lama da impasto il burro con la farina, lo zucchero e il sale fino ad ottenere un briciolame tipo crumble. A questo punto aggiungere l'acqua e sempre con la punta delle dia impastare velocemente ottenendo un impasto abbastanza elastico e liscio. Mi raccomando che l'operazione sia veloce ed in punta di dita che si rischia di sciogliere il burro con risultati appiccicosi.
A questo punto formare un disco di pasta piuttosto altino e mettere in frigo per almeno due ore ma potete tenerlo fermo lì anche un paio di giorni.
Sta cosa del disco è una genialata da tenere l'appunto attaccato con il magnetino al frigo.
Formando un disco ci si sbatterà meno a rendere la pasta fredda meno dura da lavorare, non si scalderà troppo nello stenderla, non si spatascerà nel trasferimento dal piano alla teglia e il risultato sarà migliore nella metà del tempo.
A questo punto la flacky pie crust è pronta.
Io mi sono limitata a farcirla con un paio di granny smith tagliate a fette sottili e macerate con cannella, zucchero di canna e un goccio di marsala.
Forno a 180-200° C.

E veniamo a questo di post. Per ripartire uso l'onda lunga delle amicizie nate per merito del blog.
No, non è la prima volta mi era già successo con la torta al cioccolato e fleur de sel di Marzia (aka Adrenalina) e adesso mi succede con altre due naviganti nel mondo del cibo: Virginia (Spilucchino) e Alex (Ombra nel portico).
Da dire c'è poco, forse avrei dovuto filmare l'espressione estasiata di mio suocero più che altro.

 Sulla polenta sorvolo perchè non è nel mio DNA, io terrona sono.

Ma devo dire che la polenta (che tradizione vorrebbe bianca) viene superbamente sostituita da questo pane di farina di tumminia.
Ora: la farina di tumminia non si trova proprio dietro l'angolo, ma nemmeno quella di grano arso se è per questo.
Comunque per trip e curiosità varie potete tranquillamente accomodarvi su questo sito risparmiandomi tempo e fatica.
Per il resto ho anche ravanato un pò qui e là trovando versioni a lunga cottura con il latte.
Ora io sarò anche terrona ma a Padova ci son stata, a Venezia anche e lì guai a parlare di latte nel mantecato.
Mi risulta che il latte si metta nel baccalà alla vicentina ma non essendoci stata mai di persona non ci giurerei. La cosa che mi è tornata utile è stato l'uso della planetaria per montare la crema di pesce senza l'uso di minipimer, il che mi ha permesso di risparmiare tempo, cosa non da poco essendo nel frattempo affaccendata nel sistemare per la cena della notte del 31 dicembre.

Vi ringrazio per essere passati, per non esservi dimenticati di me e per alimentare con linfa nuova il mio animo.

mercoledì 28 dicembre 2011

come si fa

a scrivere un nuovo post.
Avrò scritto almeno una ventina di post mentali in accompagno a questa fesseria in foto.
Certo è che si fatica abbastanza a ritrovare il filo specie se si esce da un periodo un pò così.
Mi succede sempre la stessa cosa, il mio benessere spirituale si concretizza con la voglia di cucinare ma se poco poco non sono serena non riesco nemmeno ad accendere un fornello.
Mi passa la voglia.
Che torna al tornare del sereno.
La cucina per me è un atto mentale e rilette il mio benessere.
Queste qui sono strepitose, una coccola, la briseè semidolce e sfogliata si scioglie in bocca letteralmente e non si rischia il diabete da eccesso di zuccheri.
Per il momento vi lascio la foto e il link alla ricetta...passerò a scrivere la traduzione e la grammatura, adesso devo andare a lavorare.

La ricetta proviene da questo blog di recente scoperta che si chiama Annies eats

Vi auguro un buon anno, ragazzi.

apple pie cookies

martedì 5 luglio 2011

Buh

Buh eccomi qua.
Bel modo per cominciare un post dopo due mesi che non scrivo!
Vabbe' diciamo che ho il crampo dello scrittore, diciamo che ho il crampo cerebrale quello che mi impedisce di entrare in cucina e di fare qualcosa di piu' difficile di un caffe' con la moka.
Ci vuole ogni tanto...si ma quando questo ogni tanto ti prende la mano diventa complicato tornare indietro.
Nella mia testa si sono accumulati fior di post, fighi o no non importa, stanno li' a giacere, ruminati e mai sputati.

Ma tant'e'.

Siccome poi non sono una gran frignona e mi piango addosso il giusto sorvolero' sugli impicci e imbrogli che in questi due mesi hanno impastoiato la sottoscritta.

Tornero'? Si ma da dove, perche' alla fine non me ne sono mai andata, nel senso che non avevo da scrivere e...ciccia...
Si che tornero' se tornare significa scrivere per esprimere.
Forse tornero' che gia' cosi' mi suona di una che se la tira.
Maddai.

Insomma in maniera goffa, tra le righe, ti vedo e non ti vedo queste due cazzate servono a dire che esisto, ho solo saltato il giro come al gioco dell'oca e so che mi avete cercato, ho sentito i vostri cucu' e li tengo da conto.

Ciao, eh?

venerdì 22 aprile 2011

Alba

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E' l'alba, il momento del silenzio prima che tutto esploda di vita.
Il momento in cui i profumi si fanno dolci ed intensi.
Il momento del giorno che preferisco.
E' il momento degli auguri da fare e ricevere ma anche quello per riflettere ognuno ripiegato su se stesso e per riconquistare quel pezzetto di noi che manca quando sei pieno di altro.
Questo posso augurarvi nella pasqua.
Abbiate un momento per voi, per stare insieme a voi stessi, canticchiate quella canzine antica che cantava vostra nonna, godetevi i fiori, l'aria tiepida, gli uccelli che cominciano il loro volo al mattino presto.

Auguri.

domenica 17 aprile 2011

di giorno di notte

tarte tropezienne


Mentre i blog si vestono di verde primavera come ogni anno puntuali come gli asparagi (ma anche fave, piselli, erbette) a me rimane questa brioche tra le non pubblicate. La modella (mia cugina) che regge la tarte veste ancora la lana pesante anche se in azzurro fashion.


Una roba semplice ma con copyright e se il post precedente riguardava una non fonduta, questo riguarda una non Tarte Tropezienne.


Qui il sito ufficiale ovvero http://www.tartetropezienne.com/


Sarebbe una brioche farcita con una creme chibouste che ancora non ho ben capito cosa sia questa crema e che ho sostituito con una volgare crema pasticcera senza sapere nè leggere nè scrivere.


Se non sbaglio la chibouste è arricchita da una massiccia dose di burro, panna e da colla di pesce ma per non sbagliare proprio vi rimando al post dal quale ho praticamente copiato la ricetta.


In realtà la brioche è nata con l'intento del dolce veloce e in realtà lo è perchè una volta impastato, come tutti i lievitati, lo potete lasciare in pace a crescere e occuparvi di altro. Anche la cottura non è poi così impegnativa e insomma non abbiate paura della brioche, non ce n'è bisogno.


Il giorno dopo a colazione era anche meglio.


tarte tropezienne


la rete è piena di ricette di questa brioche io ho scelto quella pubblicata in questo blog francese che seguo da anni


TARTE TROPEZIENNE DAL BLOG AMUSES BOUCHE


- 300 gr di farina 0


-125 ml di latte intero tiepido


-2 cucchiaio di acqua di fiori d'arancio (ma io l'ho omessa)


-50 g zucchero semolato


-1 uovo


-1 cucchiaino di sale


-75 g di burro


- due cucchiaini di lievito secco di birra disidratato oppure 8 gr circa di lievito di birra fresco in panetto (un pò meno della metà di un panetto)


- miscela di tuorlo e latte per la doratura


-granella di zucchero


Diluire il lievito di birra, il latte tiepido, un cucchiaio di zucchero e tre cucchiai di farina e far riposare 20 minuti o comunque fino a che non si formi una schiumetta densa e spessa. Questa operazione serve ad attivare il lievito.


Impastare tutti gli ingredienti in successione, prima il lievitino attivato e la farina, poi mettere l'uovo, poi il sale e poi il burro morbido.


Impastare fino a che la pasta si stacca dalle mani e diventa liscia.


Rivestire una tortiera di carta da forno bagnata e strizzata e versarvi la pasta schiacciandola leggermente con le dita dorare con la miscela di tuorlo e latte e cospargere di granella di zucchero.


Fatto questo fatto tutto, non ci vorranno più di 10-15 minuti.


Lasciate la pasta già intortata in pace per almeno due ore o comunque fino a che non la vedrete bella gonfia e tesa.


A questo punto infornare a 180-200 °C forno modalità statica fino a che sia dorata ci vorranno circa 20-30 minuti.


Lasciare raffreddare, tagliare e farcire.


Vedete di farvela avanzare per la colazione del giorno dopo.

venerdì 18 marzo 2011

L'ultima botta di freddo

crema setosa al formaggio di elena

Approfittattene, approfittatene.
Io non ho esperienza di fondute o di creme al formaggio.
Di quella di Elena mi piace la tecnica, la semplicità e il fatto che davvero sia for dummies.
L'abbiamo usata e abusata per tutto il periodo natalizio utilizzando prima il formaggio da raclette e poi spingendoci oltre con il raschera e altri.
il risultato e' stata una discreta ciambella intorno alla vita fino a quando abbiamo capito di avere esagerato.

ora: noi non possiamo più mangiarla, almeno fino alla prossima glaciazione ma voi....non sapete che vi state perdendo.
La copio in toto anche perche' son le spiegazioni a margine che fan delle ricette insicure delle certezze e poi perche' io adoro questa donna anche per il suo modo di scrivere
Da sbattersi per terra.

CREMA SETOSA AL FORMAGGIO DI ELENA AKA COMIDA

[Non è] fonduta.





Quale è il vostro segreto? Come scongiurate i grumi nella fonduta, meteore gialle nel pentolino da far venire su il nervoso - e cambiare velocemente il menu?
Tenere sotto i 60°C la temperatura del nostro composto? Lasciare il formaggio in ammollo nel latte per una notte? Infarinare il formaggio? Far sentire Mozart al cuoco mentre gira con il cucchiaio?

Beh, io ho detto: "Grumi addio, seguo la ricetta di mia mamma."
Non amando la fontina lei usa un fontal o un Raschera. L'altro giorno ho utilizzato una toma piemontese. L'importante è che il formaggio, generosamente privato della crosta, sia tenuto per un giorno a temperatura ambiente.
A dirla tutta, una volta il my wise ha rimesso in frigorifero il formaggio, le 24 ore fuori dal frigo si sono ridotte a 3 ed è andata benissimo lo stesso.
Servono 200 g di formaggio, 200 g di panna da cucina, un tuorlo d'uovo.





Vedo nasi storcere. E prima niente fontina, e poi la panna. Ma che fonduta è? E dove la mettiamo la ricetta torinese dell'Artusi?
Io nel titolo l'avevo annunciato.
Chiamatela crema setosa di formaggio. Anzi, non chiamatela proprio.
Servitela bollente in tavola con una scelta di verdure invernali al vapore, senza scordare le patate. Oppure con un flan di porri.
Ingredienti per 4 persone

200 g fontal, tagliato lontano dalla crosta, a temperatura ambiente
200 g panna da cucina
1 tuorlo d'uovo

Tagliare il formaggio a dadini lasciandolo riposare a temperatura ambiente, coperto da una pellicola trasparente.

Unire il formaggio e la panna in un pentolino di medie dimensioni posto a bagnomaria.
Fare sciogliere lentamente il formaggio a fuoco moderato e mescolare fino a ottenere una crema omogenea.
Unire infine il tuorlo mescolando continuamente, fino a incorporarlo al resto.
Servire bollente su verdure a vapore, su patate bollite, flan di porri, flan di cardi, flan di spinaci, su fette di pane casereccio o di polenta abbrustoliti.

giovedì 17 marzo 2011

CAMICIE ROSSE




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LE CAMICIE ROSSE

- uova intere a seconda del numero delle bocche
- salsa di pomodoro
- olio sale pepe
- uno spicchio di aglio
- basilico

In una padellina piccola, la più piccola che avete, scaldate l'olio fino a che non diventi bollente.
Friggete l'uovo piegando l'albume coagulato sul tuorlo condito con un pò di sale rivoltate e friggete dall'altra parte fino a che non si formi una leggera crosticina in superficie.
Scaldate altro olio di oliva in un tegame e brunite lo spicchio d'aglio.
Versate la salsa di pomodoro e portate a leggero bollore, deve fremere.
Calate le uova fritte nel sugo bollente.

Le uova a ragù era il mio piatto preferito da bambina.
Pane e sugo delle uova calate m'è rimasto sottopelle così come la padellina di alluminio a due manici della nonna.
Sicuramente i mille l'hanno mangiato, un piatto povero ma sostanzioso che la carne costava troppo.

Ringrazio Francesca Valerio www.francescav.com perche' tutto parte dalla sua iniziativa e del suo contagioso entusiasmo.

Se poi a qualcuno interessasse sapere come mi sento oggi.
Ecco, mi sento così.
Mi preme dire una cosa fuori dai denti.
LEGHISTI SIETE DEGLI EMERITI IMBECILLI

sabato 12 marzo 2011

Non ci riuscirò mai

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No, non ci riuscirò mai.
Decisamente la fotografia della carne non fa per me.
Penso che ci debba essere qualcosa che mi blocca l'occhio nel fotografare la carne.
Il pezzo succulento diventa truculento, la salsa vellutata sembra un mare di fango in cui galleggiano pezzi di qualcosa dall'improbabile colore.

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D'altra parte non si può dire che io non ci abbia provato più volte, come in questo caso.
L'unica volta in cui la foto era degna di questo nome è stato quando c'ha messo lo zampino Alex e l'anatra all'arancia con i marroni ha fatto la sua porca figura.

Certo, non ci si può piangere addosso se si persevera nell'errore, ci son fior di maestri (tre per la precisione) da cui trarre insegnamento.

E di porco maiale trattasi questa volta.
Che muore di mele e anche di arance.

Niente contest, è scaduto....come passa il tempo....ahahahhahah

Quel che forse è meno classico ma non saprei, è la doppia cottura fuoco/forno e la glassatura con una punta di miele.
Forse che si, forse che no.

Il fatto è che ho passato un (lungo) periodo privo di voglie.
Poca voglia di postare, di creare, di parlare, di partecipare.
Un letargo inspiegabile per una come me.
Ne esco a poco a poco anche se ne esco con qualcosa di poco fantasioso.
L'importante è uscirne.

PS siccome i loop ideativi spesso mi portano a trovare improbabili titoli per i miei post, sappiate che il titolo che avevo pensato era "L'amore delle tre melarance" come quello della favola.
Cambiato in corsa.

CARRE' DI MAIALE MELARANCIA
1 carrè di maiale
1 mela verde croccante e acidula (tipo granny smith o golden basta che abbia polpa compatta e non farinosa
1 arancia non trattata
una macinata di erbe di provenza
una spruzzata di cannella
olio ev
un dito di vino rosso
una punta di cucchiaino di miele
sedano, carota, cipolla tritati
sale e pepe


Sigillare la carne in poco olio ev in una casseruola e aggiungere il trito di sedano, carota e cipolla.
Lasciare stufare incoperchiando per circa 20 minuti, il tempo che le verdure siano tenere e la carne abbia rilasciato i propri succhi.
Scolare la carne e metterla su un tagliere.
Colare il sugo derivato dalla cottura schiacciando bene le verdure con il dorso di un cucchiaio e rimettere il sugo filtrato in una pentola adatta per il forno.
Affettare la mela e l'arancia senza sbucciarle.
Nel frattempo praticare dei tagli abbastanza profondi tra una costa e un'altra del carrè, in cui inserire le fette di mela.
Cospargere il tutto con le erbe aromatiche e la cannella.
Vi ricordate? il sugo sta nel fondo della casseruola, ecco: mettete intorno le fette di mezza arancia e spremetevi sopra il succo dell'altra mezza, poi adagiate il carrè sul tutto (sugo, arance a fette e succo di arancia).
Incoperchiate e mettete in forno a 180° C
Dopo circa 20 minuti scoperchiate e sfumate con un dito di vino rosso e la punta di miele.
Altri 10 minuti glassando la carne con un pennello.
Questi tempi dipendono dal peso della carne, il mio carrè pesava circa 1,2 kg.